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  • Rita Bartolini

“La ricchezza delle relazioni umane all'interno delle nostre scuole:

Aggiornato il: set 3

strategie educative per muoversi nella pluralità della realtà di oggi"


Rita Bartolini


16 settembre 2017

Convegno di inizio anno AVASM-FISM

Collegio Arcivescovile “De Filippi”

Varese


Nel riflettere su questo argomento ci si è posti una domanda che risulta essere la prima e la principale a cui volgere lo sguardo e prestare attenzione perché può essere in grado di dirigere il senso della riflessione in termini di stabilità e di orizzonti argomentativi. Crediamo altresì che la domanda sia ancor più urgente e indagata da chi leggerà queste poche pagine, ciò non di meno azzardiamo una prospettiva di lettura che ci potrebbe dare un aiuto nel tentare una risposta.


La questione di fondo può essere così espressa: cosa può aggiungere una scuola cristiano-cattolica alla già complessa e articolata offerta che gli istituti scolastici presenti sul territorio propone ai genitori di bambini tra i 2 anni e i 6 anni? Cosa c’è di più, o di meglio, o di diverso, in una scuola ad indirizzo cattolico? La domanda ha una radicalità e serietà indiscutibili e irrinunciabili, ma soprattutto rappresenta il punto di partenza per ogni altro e ulteriore avanzamento riflessivo utile per la fase di progettazione educativa e didattica delle singole scuole.


Il primo passo

L’esigenza consiste nell’individuare, se c’è, un orizzonte di senso che motivi e che giustifichi i conseguenti atti educativi che ne conseguono e a cui far riferimento quando si propone ai genitori quel documento che contiene l’offerta educativa espressa da una scuola ad indirizzo cattolico affinché siano consapevoli di ciò che scelgono, del dove si indirizzano e di quale incontro sono chiamati a fare. È all’interno di questo esito, se tale sarà, che potremo individuare anche le strategie educative tradotte in metodi, strumenti e didattiche.


Ci sembra, questo è ovviamente il nostro punto di vista, che nella proposta cristiano-cattolica si debba partire senza dubbio dall’idea di persona a cui ricondurre la pista di ricerca che oggi qui viene proposta. Trattandosi di scuola e di educazione il nucleo tematico attorno al quale ogni pensiero prende avvio e offre spinta è irrevocabilmente quello di persona.

La persona è, nella visione cristiano-cattolica, certamente chi tende al Bene perché questo è il contenuto che la proposta cristiana fa all’uomo: vivere l’esperienza del bene tramite l’incontro con l’ Altro.


Un notabile gli disse: Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna? Gli rispose Gesù: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio. (Luca, 18, 18)


La persona cristiana, la persona cattolica, è chiamata ad ascoltare e ad accogliere il bene e ad incontrarlo nell’altro, nel chi è fuori dalla sua singolarità, nel volto di ogni uomo che si fa “prossimo” e che si “approssima”.

Il bene non è quindi un fatto personale, il bene è persona, è la persona, e la persona è l’Altro. Non vi è un mio bene, nel messaggio cristico il bene sfugge al principio del possesso e del piacere singolo e fine a se stesso e per se stesso, esso è affermabile come bene in virtù del fatto che tale è solo se diretto all’altro in forma di comunione per la costruzione di una comunità dei viventi. Quanto a dire che nessuno può affermare di possedere il bene, ma di avere inteso in se stesso l’importanza del camminare verso il bene e in questo cammino il bene si manifesta nei singoli incontri con gli altri, quindi nella condivisione e nell’accompagnamento reciproco. Il bene regola i nostri atti, i nostri pensieri, le nostre scelte, ma resta fuori dal nostro possesso. Se chiunque di noi arrivasse ad affermare che possiede il bene, nei fatti potrebbe farlo solo alla condizione di fare riferimento al suo bene, all’idea che ha di bene, ai convincimenti relativi alla sua idea di bene, ma questo non è il bene. Il bene non appartiene, non si unicizza, non si storicizza, supera il soggettivismo e supera il qui e l’ora per restare valido ovunque, sempre e per chiunque.


Ci pare che già una prima posizione l’abbiamo acquisita, quella dell’orizzonte di senso di una scuola cristiano-cattolica, cioè l’orientarsi al bene sia del singolo che della comunità. L’uno e l’altro all’unisono: se è solo il bene del singolo non può dirsi bene, se è solo il bene della comunità non può dirsi bene. Il bene è tale perché sfuggendo al possesso soggettivistico regola le scelte del singolo e della comunità dirigendo il cammino e lo spirito. Il bene resta l’orizzonte e l’indirizzo di senso, senza mai pretenderne il possesso perché il possesso fa nascere i sentimenti di assoluto, di perfetto, di unicamente valido, sentimenti che generano separazione e presunzione arrogante.

In termini scolastici l’orientamento al bene potremmo definirlo sfondo integratore, sfondo a cui ogni scelta di programma e di quotidianità di vita educativa si orienta e si indirizza. Quando anche si parla di bilancio di competenze non si sfugge a questo orizzonte perché la possibilità di pesare e bilanciare le conoscenze, le capacità, le abilità, le competenze, trova nell’idea di bene ciò che consente la possibilità di valutarne la presenza e la dimensione fattuale in termini individuali e di gruppo.

Se qui ci fermassimo per molti resterebbe inespresso l’insieme dei modi e delle prassi concrete con le quali indirizzare un bambino all’incontro del bene e alla strutturazione del suo saper scegliere il bene in quanto persona che vive in una comunità. Altresì resteremmo sprovvisti del gesto educativo di cui l’adulto si deve fare responsabilmente carico.


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Il secondo passo, un ulteriore avanzamento. Tutto sta nel verificare se quanto fin qui detto è possibile. Non vi è in tal senso un grande sforzo di pensiero da produrre perché una scuola cattolica crediamo non sfugga alle indicazioni del: Catechismo della Chiesa cattolica.

In dettaglio, dal punto di vista qui trattato, facciamo riferimento alla parte terza dedicata alla vita in Cristo. Nello specifico, alla sezione prima relativa alla vocazione dell'uomo: cioè la vita nello spirito, infatti al capitolo primo

la dignità della persona umana l’articolo 7 si riferisce alle virtù e si dice:


La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene […] Con tutte le proprie energie sensibili e spirituali la persona virtuosa tende verso il bene; lo ricerca e lo sceglie in azioni concrete […] Le virtù umane sono attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell'intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede. Esse procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona. L'uomo virtuoso è colui che liberamente pratica il bene.


Le virtù hanno, nel catechismo della Chiesa Cattolica, una funzione «cardine». Per questo sono dette «cardinali». Hanno la funzione di indicare il cammino, di indicare costantemente, per tutti i territori percorsi lungo l’esistenza, la direzione di scelta, quella del bene. Le virtù cardinali sono la bussola per l’uomo buono teso e atteso al bene.

È utile qui ricordare il significato etimologico del termine cardine, per i latini cardines sono le estremità dell’asse attorno al quale gira la sfera celeste. Ma il cardine ci da anche l’immagine reale della funzione educativa perché l’educatore, chiunque esso sia, veste questo abito, esso è un cardine per il bambino. È colui che lo fa sentire saldo e sicuro, che non lo fa precipitare nel vuoto delle passioni e delle incertezze. Quindi l’educatore dovrebbe saper indossare le virtù cardinali affinché chi è educato ne osservi l’esempio e ne trovi senso e contesto in tutti i luoghi e contesti in cui vive e cresce.

Le virtù cardinali sono 4: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. Ma esse sono anche la bussola metodologica e didattica che ogni scuola cattolica dovrebbe avere presenti quando costruisce sia il piano dell’offerta formativa che le singole proposte didattiche in termini di spazi, tempi, bilancio di competenze, regole, scelta di materiali. Le virtù cardinali non sono entità astratte e puramente teoriche per l’uomo, esse sono presenti costantemente nella prassi e ogni prassi ad esse deve rinviare.

Proviamo a verificare la veridicità di questa affermazione analizzandole, anche se solo parzialmente, ad una ad una.


“La prudenza [si dice nel Catechismo della Chiesa Cattolica], è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo”.


La prudenza non è paura o codardia, non è mancanza di coraggio, non genera timidezza, impotenza o incertezza. Essa è la consapevolezza del cosa accade se …; cosa comporta una scelta piuttosto che un’altra; perché usare un mezzo piuttosto che un altro; dire una cosa piuttosto che un’altra; parlare in un modo piuttosto che in un altro; … Essa scaccia il rischio di un puro meccanicismo o atto emotivo e impulsivo per inserire ogni singolo atto umano in un percorso educativo di crescita che vede nell’adulto il primo a mostrare esemplarmente la responsabilità del come si fa; del dirigere verso chi e cosa si fa una azione piuttosto che un’altra; del cosa è opportuno fare e del perché va fatto in un luogo e in un tempo. L’adulto ha l’occasione di mostrarsi come esempio perché sa fermarsi, riflettere, osservare, aspettare, evitare di essere precipitoso, distanziato dal giudizio immediato, controllato nell’esprimere sentimenti e affetti, capace di scegliere. Al bambino la prudenza viene proposta nell’occasione per fermarsi a pensare, per tenere conto di ciò che ha come risorse, come occasione di scelta che non riguarda solo lui ma anche gli altri, come possibilità di darsi e dirsi un perché.

Esempio: se rompo tutti i giochi non potrò più giocare con gli altri e gli altri non potranno giocare con me; se non rimetto i tappi ai pennarelli non potrò e non potremo colorare; se lascio tutto per terra dopo avere giocato, domani non ritroverò e non ritroveremo ciò che ci serve per costruire; se picchio un compagno gli provoco dolore e non potrò spiegare a lui e agli altri perché non sono d’accordo con lui; se sputo nel piatto perché c’è la frittata che non mi piace non mi do la possibilità di spiegare il mio punto di vista e di costruire scelte di senso.

La prudenza è davvero presente in tutti gli atti del quotidiano che ci mettono in rapporto con il mondo sia esso persone che cose, è la virtù che garantisce la responsabilità e la salvaguardia di ciò che non ci appartiene: siano esse persone o cose e come tali vanno rispettate e protette. Tutto ciò è alla base del vivere comunitario. Supera ogni singolo arco di tempo e di spazio, non vale solo nel ventunesimo secolo qui a Varese, vale per ogni dove e per ogni sempre in cui l’uomo è presente, supera le ideologie, i singoli punti di vista, le singole valorialità. E vale perché appunto dirige al bene, e il bene non è né spaziale né storico.

Questo una scuola cattolica crediamo che lo debba chiamare con il nome che compete alle scelte educative contenute in un programma e il suo nome è prudenza. È una strategia adatta a quelle richieste contenute nel titolo dell’Argomento? Crediamo proprio di sì, tanto più complessa, articolata e multiforme è la realtà, tanto più il saper rispettare la realtà comporta la consapevolezza che si matura tramite riflessione, attesa, ascolto e capacità previsionale.


“La giustizia [si dice nel Catechismo della Chiesa Cattolica], è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare […] al prossimo ciò che è loro dovuto”.


Significa rispettare i diritti di ciascuno: il turno di parola, lo spazio per la sua espressività, gli oggetti che gli servono per fare qualcosa, l’affetto che necessita, i complimenti che merita, il tempo per giocare in quell’angolo, lo stile di comunicazione che gli rende possibile la comprensione del contenuto, il rispetto per il tempo che occorre ad eseguire le consegne, ...

Anche qui vale la pena ricordare che la giustizia è ciò che i bambini osservano e imparano soprattutto dai comportamenti degli adulti, quindi costruire una quantità eccedente di regole è già garanzia di insuccesso. Le regole quotidiane scolastiche che si modificano al variare degli umori degli adulti è garanzia di ingiustizia e di disequilibrio; generare l’applicazione della regola a discrezione del coinvolgimento emotivo con un bambino piuttosto che con un altro è garanzia di disequilibrio e di ingiustizia; non confermare le regole con gli atti è garanzia di disequilibrio; applicare le regole in modo discontinuo è garanzia di ingiustizia; applicare le regole per via di punizione o di costante premio genera timore e dipendenza. La giustizia è alimentatrice di correzione e autocorrezione, essa regola, ma offre anche la possibilità della riparazione, del saper chiedere scusa, del saper riprovare e ricercare insieme l’armonia comunitaria che non è data una volta per sempre, ma costruita costantemente nella quotidianità. Essa contiene il senso di misericordia per l’uomo senza con ciò cancellare il principio della legge. La giustizia dirige al bene, ce lo fa esperire nel rapporto con l’altro perché non solo si esprime con il riconoscergli pari diritti ai miei, ma nel riconoscere altresì che l’esperienza della giustizia ci mette davanti al limite, al confine, al no. In ciò la maturazione della vita comunitaria come vita di condivisione e non di possesso o di dominio. Il bene non è una proprietà è una tensione verso.

È una strategia adatta a quelle richieste nel titolo dell’Argomento di oggi? Crediamo proprio di sì, tanto più complessa, articolata e multiforme è la realtà, tanto più il saper rispettare i diritti e i doveri fa crescere e maturare la consapevolezza della diversità come ricchezza comunitaria e non come selezione di un gruppo dominante su un altro.


“La fortezza [si dice nel Catechismo della Chiesa Cattolica], è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale”.


È alla base di quell’aspetto educativo che tanto e tanto si collega alla capacità di educare all’attenzione, essa costruisce la nostra capacità del portare a termine, del concludere nonostante i distrattori, nonostante le variabili esterne che ci giungono attrattive o disturbanti. È la capacità di ascoltare per intero una consegna, una indicazione. È la costruzione del trattenere le comunicazioni, le informazioni, le raccomandazioni, le regole e saperle applicare e ripescare nel tempo. La fortezza ci costruisce il sano ed equilibrato senso dell’affrontare le fatiche nei singoli atti di lavoro e di azione facendo fronte alle variabili degli insuccessi, di saper far fronte ad eventuali ulteriori aperture di fatica o di attesa. Saper dirigere la nostra stanchezza, saper accettare e far fronte ai punti di vista degli altri ma sostenere il proprio, saper dominare la dimensione del piacere che ci distrae dal perseguire l’obiettivo. Tutto ciò ha una sua densità e una sua caratteristica di proposta per i bambini, se posso pensare che per un bambino di 3 anni le richieste verbali debbono consistere in chiare frasi a dominanza concreta e in assenza di subordinate, per un bambino tra i 5 e 6 anni la capacità di resistenza all’ascolto si fa diversa e più forte.

È una strategia adatta a quelle richieste nel titolo dell’Argomento di oggi? Crediamo proprio di sì, tanto più complessa, articolata e multiforme è la realtà, tanto più il saper prestare attenzione mettendo in relazione ciò che avviene con ciò che ha senso e contesto non solo per me ma per la comunità a cui appartengo può dirigersi al bene.


“La temperanza[si dice nelCatechismo della Chiesa Cattolica], è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati”


Ci chiediamo quanto questa affermazione abbia a che fare con la capacità di dominare i “capricci”, le reazioni aggressive e quelle impulsive. Le reazioni ombrose e stizzose. Quanto abbia a vedere con la capacità lenta e progressiva in un bambino di imparare a chiedere, ad accettare un no, a desiderare con la capacità di attendere, a saper rinunciare senza dare in escandescenza, al saper esprimere pensieri, sentimenti, la cui tensione non si dirige necessariamente e subito al possesso o alla pretese di qualcosa. Il bambino che impara ad orientarsi, ad autodominarsi, ad essere discreto, a riconoscere la giusta misura in tutto ciò che lo circonda, a saper mettere in equilibrio il dentro e il fuori. Ma anche qui mi chiedo quanto l’esemplarità dell’adulto sia modello e viatico per accudire e raggiungere la fortezza e il bene da essa indicato. Quanto l’adulto sia capace di auto dominio, di capacità di controllo e di riconoscimento del limite. Quanto sappia mantenere la propria serenità anche nella fatica, nell’insuccesso, nel dover ripartire. Quanto sappia aiutare un bambino a far fronte evitando compensi, evitando simulazioni o applicando modalità aggressive e punitive.

È una strategia adatta a quelle richieste nel titolo dell’Argomento di oggi? Crediamo proprio di sì, tanto più complessa, articolata e multiforme è la realtà, tanto più il saper discernere le proposte che conducono al bene resistendo alla sola spinta emotiva, impulsiva o erotica, consente di costruire relazioni umane vere, sincere e rispettose.


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Nel concludere vorremmo rispondere alla domanda originaria posta all’inizio del nostro ragionare insieme: cosa può aggiungere una scuola cristiano-cattolica alla complessa e articolata offerta che gli istituti presenti sui territori propongono ai genitori di bambini tra i 2 anni e i 6 anni? Cosa c’è di più, o di meglio in una scuola ad indirizzo cattolico.

Crediamo ci sia proprio una sorta di certezza data dall’idea di bene declinata nelle virtù umane: quel bene a cui dirigere ogni atto, ogni didattica, ogni metodologia, ogni scelta di linguaggio, di strumento, di spazio e di tempo, è nei fatti il bene cristiano dell’amore.

L’amore libero, quello disinteressato che è implicito nell’amore fraterno rappresentato dall’atto eucaristico. Nessun altro sfondo integratore può avere la stessa forza e la stessa potenza, ma questo vale se, simultaneamente, se ne ha una lucida consapevolezza. Una scuola cristiano-cattolica non può celare il proprio mandato e il proprio indirizzo, lo deve dichiarare e rendere visibile nella prassi quotidiana delle singole azioni pedagogiche questo è, nei fatti, ciò che supera le differenze e le rende comunicabili l’una all’altra: dirigersi insieme al bene.


“O caro Pan e voi altri dèi che siete in questo luogo, concedetemi di diventare bello di dentro, e che tutte le cose che ho di fuori siano in accordo con quelle che ho dentro. Che io possa considerare ricco il sapiente e che io possa avere una quantità di oro quale nessun altro potrebbe né prendersi né portar via, se non il temperante”


(Platone, Epilogo di Fedro)






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