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  • Rita Bartolini

IL TEMPO DELLA SCUOLA IN OGNI TEMPO


La scuola[1] è così, ha sempre funzionato così. Dalla sua nascita ad oggi la sua funzione è stata questa: insegnare e apprendere. Per riflettere sulla scuola bisogna allora spostare l’accento da questo dato di certezza verso qualcosa che, forse, potrebbe avvertirsi come meno scontato, ma non meno sostanziale e, forse, più esistenziale. È il senso di questo brevissimo intervento. Proviamoci. All’inizio della storia umana entrare a far parte della scuola era una possibilità esclusiva di pochi e spesso scelti: eletti. Andare a scuola era un privilegio per pochi ed esclusivi. Nel tempo, la scuola, è diventata una possibilità sempre più ampia e sempre meno esclusiva, selettiva ed elettiva. Ma anche il privilegio è stato tolto? La proposta di questo breve intervento è quella di riflettere sulla presenza o l’assenza del sentirsi privilegiati in quanto frequentanti la scuola. Andare a scuola è un privilegio? E se lo è, in che senso lo possiamo intendere.

Il rapporto tra i contenuti delle singole discipline e gli alunni, gli scolari, da sempre, ha trovato negli insegnanti (maestri), quei mediatori in grado di consentire, organizzandolo, questo rapporto.


Rapporto che si è costruito attraverso l’arte della metodologia e delle singole didattiche disciplinari. Entrambe, metodologia e didattica, risultano dunque come spazi-ambienti in cui può avvenire il transito tra le grammatiche disciplinari e le strutture evolutive che caratterizzano l’apprendimento degli uomini nella loro crescita. Potremmo, con un’immagine epica, definirle come una terra di mezzo[2]: quello spazio dove tutti siamo invitati e attesi per viverlo, per percorrerlo, per attraversarlo, affinché saperi e scolari si incontrino. La scuola sta dunque lì, in quel preciso in mezzo. La scuola non possiede né le discipline con gli specifici saperi e le proprie grammatiche, né gli scolari, con le loro specifiche caratteristiche e strutture evolutive di apprendimento. La scuola, intesa come istituzione, e gli insegnanti, intesi come i suoi funzionari istituzionali, mediano, per un verso l’individuo verso la cittadinanza (funzione dell’ istituzione), per l’altro verso, l’individuo verso le conoscenze (funzione dei funzionari).


La visione che emerge con forza, perché s’impone con evidenza, consiste nel riconoscere che i poli non sono posseduti dalla scuola: né i saperi né gli individui. Ogni carattere di appartenenza: la mia disciplina, i miei contenuti, i miei alunni, i nostri scolari, la mia scuola, …, va in dissolvenza, si annulla.


Se così non fosse metodo e didattiche cadrebbero nel nulla, nell’impotenza perché non troverebbero lo spazio per edificare il ponte tra saperi e scolari. L’adesione, ovvero la prossimità assoluta, tra saperi e scolari, connotata dalle aggettivazioni possessive, impediscono quella distanza favorevole e necessaria perché scuola-maestri, nei fatti, facciano il loro mestiere.

Ma a questa evidenza, la cui consapevolezza storica rappresenta, attualmente, la frattura dei recinti (confini degli spazi eccezionali), non solo indica gli orizzonti di senso verso cui la scuola e i maestri dovrebbero spingere la loro azione di funzione, ma simultaneamente porta in emersione, con forza, i singoli caratteri di responsabilità.


Alla scuola (nella sua funzione istituzionale) spetta la responsabilità di investire sul maggior numero possibile di occasioni di avvicinamento alle discipline, alle scienze e ai suoi scienziati, non per auto compiacersi ma per riconoscersi come lo spazio in cui il mondo, nella sua vastità, trova il giusto luogo.


Ai maestri spetta la responsabilità di investire e costruire metodologie e didattiche che consentano di mettere in dialogo saperi e scolari rinunciando al compiacimento del sapere in quanto possesso.

Agli scolari spetta la responsabilità di aprirsi ai saperi, consolidando, tramite sforzo concettuale e impegno di studio, il senso di privilegio che studiare possiede.


Privilegium, composto di privus singolo, a sé, e lex legge. Legge per il singolo. Ma davvero nel senso più positivo sul fronte educativo: il dovere di essere sé, questa è la legge dell’essere al mondo. L’essere sé è la condizione perché si possa contribuire all’utile comune, nessuno può possedere alcuna cosa, ma la può com-prendere per migliorarla con il proprio impegno lavorativo rendendola condivisibile e accessibile. Questa è la lex, del privilegio che ha carattere universale e che incontra il sé individuale perché prevede l’interpretazione esistenziale di ciascuno.


Che la scuola, nel suo mandato istituzionale, e i maestri, nella loro funzione di funzionari, riescano, tramite la metodologia e la didattica, a generare questo atto di amore, simultaneamente universale e singolare (lex, sé) in grado di condurre gli scolari all’aprirsi al sapere non per possederlo, ma per usarlo comunitariamente, diventa allora realmente la condizione di privilegio per cui la scuola storicamente è nata.


NOTE

[1] Facciamo riferimento al periodo che va dalla scuola dell’infanzia al termine della scuola superiore.
[2] La Terra di Mezzo è una regione di Arda che appartiene a quell’universo immaginario creato dallo scrittore inglese J. R. R. Tolkien. È una modalità più attuale rispetto ad un'antica parola greca che indicava il mondo abitato dagli uomini, l'oikoumene. Il luogo di mezzo perché pensato al centro di vasti mari che lo circondavano tra i ghiacci del nord e i fuochi del sud.

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