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  • Rita Bartolini

Dimmi perché sono qui: una geografia del mio stare nel mondo

Aggiornato il: set 3

Rita Bartolini


Febbraio 2020





Per riflettere e argomentare attorno al tema della collaborazione tra scuola e famiglia, ho preso avvio da un disegno di una bambina all’inizio della classe terza di una scuola primaria.

In un suo momento domestico, del tutto personale e intimo, ha disegnato il mondo come lo vede lei, poi lo ha mostrato alla mamma. Alla domanda della mamma: Cosa hai disegnato?, la risposta è stata: “Ho disegnato dove mi trovo”.

Forse riflettendo sul dove un bambino pensa di trovarsi ci consente di capire dove anche noi adulti ci troviamo.

Lì dove si vede la bandierina e dove ha scritto Italia si è collocata lei. Nel dettaglio ha aggiunto Rimini e Ponte di Legno perché sono stati i luoghi delle vacanze trascorsi con la famiglia. Gli stimoli pedagogici che questo disegno propone sono molteplici e davvero interessanti.


Tenuto conto che l’età evolutiva dei 7 anni, mostra la sua specifica centratura: l’io e l’esigenza del mettersi al centro dell’intero spazio, si mostra e preme con tutta la sua urgenza e la sua necessità per affermarsi ed essere vista, osservata e riconosciuta.

Da quel punto, per una bambina di questa età, è possibile, costruire tutto lo spazio circostante il suo sé. Uno spazio che ovviamente non va inteso solo come spazio fisico, ma anche, e soprattutto, come spazio emotivo e relazionale. Quello spazio attorno è ampio, vasto e per non essere percepito come infinito e produttore in tal senso di paure e di angosce causate da una vastità eccedente, viene immediatamente circoscritto con un preciso e denso confine circolare che consente simultaneamente di collocare e mettere in ordine tutte le parti esterne a lei riuscendo a vederle, controllarle così da tenerle sotto dominio tramite delle nitide frecce che indicano indiscutibilmente dove devono stare le “cose”.

Non soddisfatta di questa prima protezione, come si vede, appare un secondo confine ancora più rigido perché quadrato, quindi caratterizzato da angoli, e da una serie di segni che si sovrappongono al confine e lo marcano in modo indiscutibile. Tra il cerchio e il quadrato, con chiarezza inequivocabile dichiara: Il mondo tutto. Come a voler dire che non c’è da aggiungere altro, che è intero, completo.

È una dichiarazione diretta e poco discutibile della visione sia del come stanno le cose che del come dovrebbero stare le cose per un bambino di questa età affinché si percepisca protetto, garantito e integro. Condizioni essenziali perché un bambino riconosca nell’apprendimento il senso di crescita e non di potenziale angoscia o incertezza.

I temi interni a questo dato di visione mettono in movimento l’insieme delle scelte e delle responsabilità degli adulti che non posso sfuggire da quel mondo, da quella visione. Ed ecco manifestarsi una serie direi interessante di tematiche da approfondire, su cui riflettere.


Un primo tema mi pare possa essere quello dello spazio educativo: pur nella distinta diversità dei continenti, metafora dei territori della famiglia, della scuola, delle esperienze, tutti stanno in uno stesso spazio continuo e contiguo. Non rompono il confine, non lo provocano, non vi confliggono. È un’immagine di coappartenenza, coesistenza e dialogo. Vi è infatti un equilibrio: i nomi hanno tutti lo stesso carattere e la stessa dimensione. Ovvero sono tutti importanti e riconosciuti. Certo il territorio della famiglia è ulteriormente caratterizzato da un preciso senso affettivo: la bandiera (ovvero l’identità famigliare) e i luoghi delle vacanze (ovvero l’identità relazionale) hanno le marcature maggiori. Il richiamo diretto contenuto in questo schema rappresentativo è il tema della coerenza. Così come io bambino tendo e tento di dare importanza a tutti i contesti e a tutte le persone che mi circondano, pur nella loro diversità, anche tu genitore, maestro, maestra, allenatore, … cerca di essere coerente con te stesso, con gli altri e, quindi, con me. È la coerenza che costruisce quel confine circolare garanzia di sicurezza, di certezza, di protezione. Le incoerenze educative tra gli adulti rompono quel cerchio, producono falle e mettono a rischio l’integrità di crescita del bambino che per trovare l’orizzonte di senso del suo crescere e direzionarsi verso un suo disegno di vita necessita di un punto stabile, solido e ben definito di origine e di partenza.


Il secondo tema mi pare essere quello della collaborazione nel suo significato più profondo che consiste nel saper dare aiuto e saperlo anche accettare. Perché dare è sempre simultaneamente un ricevere. La consapevolezza del bisogno di aiuto è molto alta nei bambini, nel loro linguaggio e nelle loro comunicazioni dirette, sia agli adulti che ai coetanei, la domanda Mi aiuti? Compare con frequenza e costanza perché vi è una doppia esigenza: quella di capire come funzionano le cose del mondo; quella di non sbagliare perché il sentimento della frustrazione è doloroso.

Questo tema ci orienta, in qualità di adulti educatori, a saper riconoscere la dimensione corretta del dare aiuto. Certo non è la gratuità assoluta: aiutare non è sostituirsi, non è privare della legittima possibilità di provare e ingaggiare. Aiutare è in parte starti vicino, in parte mostrarti la strada, in parte incoraggiarti, ma in parte è legittimarti a fare e anche sbagliare, riprovare e correggere. Imparare e conoscere sono le dimensioni del ricevere aiuto dal mondo riconoscendo, simultaneamente, le regole che questo aiuto contiene e che devo rispettare se davvero desidero far corrispondere la mia richiesta di aiuto con la risposta di aiuto. Potremmo fare un esempio davvero apparentemente banale, ma credo in realtà sostanziale. Se chiedo aiuto per scrivere la parola MELA devo riconoscere e accettare le regole della sua computazione: M E L A 4 LETTERE; ME-LA 2 SILLABE; M-L 2 CONOSONANTI; E-A 2 VOCALI. Se non accetto le regole di questa computazione (che sono quelle co-condivise), non solo non riuscirò ad ottenere l’esito desiderato contenuto nella mia richiesta di aiuto, ma non riuscirò neppure ad utilizzare quell’esito per cui le regole convenzionali sono state regolate: ovvero mettere in comunicazione gli individui tra di loro e generare dialogo. L’aiuto è un atto da costruire insieme, nasce in un dialogo tra richiesta e risposta in cui l’uno e l’altro, se richiesta e risposta sono sinceri, non possono provenire da un giudizio personale e non possono generare un giudizio sulla persona.


Il terzo tema mi pare essere quello della fiducia nel senso, anche qui, più profondo, più radicale. Ti sono fedele perché rispetto le promesse fatte, le seguo, le osservo.

Un bambino che nasce, che viene esposto al mondo, riceve un messaggio diretto e sostanziale da parte dei genitori: questo luogo ti aspetta ed è degno di te, ti insegnerò a riconoscerlo e a custodirlo. Ma la stessa cosa vale per gli insegnanti a scuola: questo luogo è degno di te, ti darò gli strumenti per leggere il mondo, custodirlo e migliorarlo. I Continenti (famiglia e scuola), non possono non essere alleati perché sono i “territori” che i bambini percorrono, sui quali si misurano, nei quali cercano le piste di orientamento, verso i quali dirigono i loro sguardi per modellarsi e poi superare quei modelli e costruire i propri.


L’ultimo tema è quello della dimensione Persona.


Mi pare essere il risultato di quanto argomentato fin qui: sono persona se mi riconosco come io; se mi avverto come io tra altri io e quindi imparo a dialogare e riconoscere un noi. sono persona se costruisco una stabilità e un equilibrio generati dal sentimento di coerenza, dal desiderio di collaborare, dal bisogno di chiedere aiuto e saper riconoscere e accettare le regole per ricevere aiuto tramite l’imparare e l’agire.

Sono persona se costruisco il bisogno e il desiderio di credere cioè seguire modelli ed esempi che migliorano il mondo perché imparano a leggerlo e perché desiderano e s’impegnano a cambiarlo.

Sono persona se divento consapevole che quel mondo, così ben rappresentato dal disegno iniziale, è un territorio da percorrere, da incontrare, non è da giudicare, così come non è da adattare al “come vorrei” o al “cosa mi piace”. Un mondo posseduto è un mondo senza dialogo, ci sono solo io. Noi siamo al mondo per poterlo, ad un certo punto, lasciare migliore di quando ci siamo arrivati: lasciarlo ad altri. Non ci appartiene.


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